Alice coltivava sogni e fervide ambizioni, ma principalmente marijuana.
Ci andavo a letto per fumare gratis, sebbene debba ammettere che farci sesso non fosse granché: si sarebbe mossa di più durante una risonanza magnetica. E quantomeno avrebbe tolto il piercing al clitoride.
Non fraintendetemi, non ho mai fatto sesso per soldi, se si esclude quella volta che persi una brutta mano a carte. Ricordo ancora che mia nonna travolta dall’estasi della vittoria si mise a ballare sul tavolo in una maniera talmente sensuale che le avrei infilato venti euro nelle mutande, se solo le avesse indossate.
Mi scopavo Alice solamente perché all’epoca fumavo davvero tanto. Talmente tanto che il mio spacciatore ha cominciato a mangiare giapponese.
Aspettavo addirittura che mia nonna prendesse la pensione per rovistare di nascosto nel suo cassetto e fotterle l’erba. Adesso che è morta la stronza si vendica apparendomi in sogno e dicendomi numeri a cazzo da giocare sulla ruota di Palermo.
Ventidue, sette e logaritmo naturale di trentuno.
Usateli, se vi pare; io ho smesso. Non mi piacciono le estrazioni del lotto: non sono certo l’utilizzo migliore che mi viene in mente di un bambino bendato.
Adesso che ho quasi trent’anni devo ammettere che all’idea di esaltare la cannabis mi sentirei ridicolo come Vasco Rossi nei videoclip in cui si vanta di scopare le ventenni.
“Vorrei possederti sulla poltrona di casa mia… fammi vedere… fammi godere”.
Cristosanto, Vasco! Sei disgustoso.
La cantano i bambini delle elementari, questa roba.
Sembrano le telefonate zozzone di un maniaco sessuale trascritte da un appuntato dei Carabinieri con la terza media.
La mia attuale posizione nei confronti delle canne è grossomodo quella verso le cameriere rumene: non vado certo in giro a vantarmene, ma se mi capita è ovvio che me le faccio.
Ciò che piuttosto mi lascia perplesso sono le campagne allarmistiche sull’argomento. L’altro giorno leggevo per caso un opuscolo del Ministero della Salute che riportava tra i sintomi acuti del consumo di cannabis “psicosi tossiche acute come allucinazioni, illusioni e spersonalizzazione”. La prima cosa che ho pensato è che ci sono una ventina di spacciatori che mi devono indietro dei soldi.
Siamo seri, l’esperienza psicotropa più intensa che ho avuto facendomi le canne è stata un’erezione durante un documentario di Quark dove un orango con visibili problemi d’identità si inculava una zebra. Eccitazione peraltro tramutatasi in stupore quando ho realizzato che era una puntata dei Cesaroni.
La gente impazzisce per i Cesaroni, ci avete fatto caso? Dicono che il motivo è che i personaggi si identificano con l’italiano medio. Per quel che ne so, l’ultimo film che ho visto in cui i protagonisti erano un barista ed un meccanico finiva con loro che venivano in faccia ad Eva Henger.
Ma torniamo a noi: gli oranghi che si inculano le zebre.
Ah, no.
Le droghe leggere.
“Fumare marijuana nuoce alla salute”. Dico, ma hanno un minimo ragguaglio della gente a cui si rivolgono?
Stanno parlando a tizi che dopo essersi scopati in un rave la rappresentante cozza della Redbull per avere un paio di free-drinks si infilano una supposta di ketamina su per il culo, salgono su un carrello della spesa, si attaccano un moschettone al piercing allo scroto e si fanno trainare in tangenziale per sette chilometri dalla Fiat Brava di un tipo di Potenza che è secondo cugino dei Prodigy mentre si incendiano le scorregge per prendere velocità fino schiantarsi contro il primo casello dell’Anas e gridare “CAZZOFACCIAMOLODINUOVOCAZZOOOOOOO!” e loro gli raccontano che la marijuana nuoce alla salute.
Ovviamente parlo per sentito dire.
“Il consumo di hashish danneggia le sinapsi neuronali”? State parlando a studenti di Scienze della Comunicazione, gente. L’attività mentale più complessa che svolgono è appaiare i calzini dopo il bucato. Cos’è, improvvisamente a qualcuno sta a cuore l’efficienza dei call-center?
Siamo realisti: dire ad un ventenne che le canne gli fottono il cervello sarebbe come andare da Anna Maria Franzoni con un catalogo della Prenatal.
Non che fumare cannabis non faccia davvero male, intendiamoci. D’altra parte anche sbattere il ginocchio contro lo spigolo del tavolinetto in soggiorno fa male. Eppure è legale.
Pensateci bene: qual è l’ultimo luttuoso evento di cronaca correlato all’abuso di droghe leggere di cui avete avuto notizia, se si esclude l’uscita di un libro di Fabio Volo?
Li avete mai letti, i libri di Fabio Volo? Sembrano le telefonate di un appuntato dei Carabinieri trascritte da Vasco Rossi. È talmente lontano da essere uno scrittore che ogni volta che pubblica un romanzo Shakespeare se ne sbatte il cazzo nella tomba.
E comunque la tipa della RedBull aveva due tette strepitose. Da qualche parte.
Ma torniamo a noi: le zebre che si inculano Vasco Rossi.
La vera ragione dell’inefficacia delle campagne allarmistiche per il proibizionismo è che in realtà non esiste nessuna “emergenza droghe leggere”; e chi di voi ha più di – non so – ventotto anni lo sa benissimo. Nella quasi totalità dei casi farsi le canne è uno di quei riti comportamentali di aggregazione che i ragazzini esperiscono in una circoscritta fase della loro crescita sociale: un po’ come andare a Londra, picchiare i down e iscriversi alla Sinistra Giovanile, per intenderci.
Il 99% dei consumatori abituali di cannabis smette dopo qualche anno semplicemente perché si scoccia; il rimanente 1% finisce a suonare nei Sud Sound System.
Mi lasciano interdetto, i Sud Sound System. Non pensavo si potesse partorire un’intera produzione discografica di canzoni su quanto sia bello farsi le canne. Voglio dire, persino Michael Jackson – che è uno che ci sapeva fare – si è limitato a “We are the world”. Ascolti un pezzo qualsiasi dei Sud Sound System e – indipendentemente dal fatto che parli di amore, della questione palestinese o di oranghi che inculano zebre – maturi da subito il lucido presentimento che all’improvviso salterà fuori un muratore rastafari di Otranto che sproloquierà in pugliese stretto su come lo rilassi rollarsi cannoni grandi quanto suo cugino.
“Salentu: lu sule, lu mare, lu ientu”.
Sono impressionato.
Cos’è, avete rinchiuso dieci premi Nobel in un trullo?
Ecco, questo sì che sarebbe un monito efficace contro l’utilizzo delle droghe leggere: “Smetti di farti le canne, o finirai a suonare nei Sud Sound System”.
Cristo, ho già i brividi.
Di fronte una minaccia del genere smetterei persino di farmi le disabili della casa di cura. E di conseguenza la doccia.
Ma l’aspetto probabilmente più odioso delle campagne proibizioniste è costituito da tutte quelle pretestuose teorie volte a correlare l’uso delle droghe leggere ad un conseguente abuso di pericolose sostanze fortemente psicoattive in grado di generare dipendenza. La cosiddetta “teoria del passaggio”: cominci col farti le canne, poi passi alla cocaina, poi all’eroina, poi a Pete Doherty.
Supposizioni tutt’oggi basate non tanto su univoche evidenze biochimiche, quanto su discutibili sillogismi empirici sulla cui valenza non possono che avanzarsi numerosi interrogativi.
Mi spiego meglio.
Non è sperimentalmente dimostrato che fumare cannabis induca al consumo di eroina, ma le statistiche testimonierebbero che la quasi totalità di coloro che abusano di eroina in passato si facevano le canne. Che sarebbe grossomodo come dire che dal momento che tutti i gay indossano intimo firmato comprare mutande Calvin Klein indurrebbe a partecipare ad Amici di Maria De Filippi. Si collegano cioè due eventi non necessariamente interdipendenti attraverso un risibile nesso di causalità per giungere a conclusioni a dir poco allarmistiche.
Proseguendo infatti secondo questa logica, si potrebbe asserire che, dal momento che buona parte dei consumatori di droghe leggere sono anche fumatori, fumare sigarette induce a farsi le canne.
E poiché tutti quelli che fumano sigarette sono dotati di un sistema respiratorio che permetta loro di aspirare, sarebbe lecito sostenere a questo punto che nascere istiga a fumare.
E francamente non me la sentirei di attribuire la vostra severa dipendenza da eroina alle scopate che vostra madre si faceva col meccanico.
Senza contare che la presunta correlazione tra droghe leggere e pesanti viene facilmente confutata dall’esperienza di ogni giorno. Voglio dire, guardatevi intorno: quanti amici avrete? Un centinaio?
E quanti di questi si fanno le canne? Settanta?
E quanti sono anche consumatori abituali di droghe pesanti? Cinque?
E quanti tra loro dopo aver sniffato una pista di cocaina tra le tette di una stagista croata durante un’orgia scambista si mettono a scrivere stronzate su un blog per divertire un branco di idioti travestiti da studenti fuoricorso e colletti bianchi frustrati che continuano a dire che non fa più ridere come una volta?
Ah, non guardate me.
Noi non siamo amici.