Se c’è una cosa che detesto più delle istruttrici di fitness che mi confessano di aver raggiunto orgasmi multipli con me solo perché terribilmente attratte dal mio corpo è vantarmi.
Seguono in seconda posizione le lotterie, e mi riferisco in tal senso a qualsiasi tipologia di riffa organizzata la mente umana sia stata in grado di partorire nel deprecabile tentativo di attribuire al fato un qualche ruolo di rilievo nella costruzione della propria felicità. Incluso il mercante in fiera.
Avete presente il mercante in fiera, no? Due mazzi identici di carte raffiguranti un variegato assortimento di flora e fauna di retrogusto esotico-campestre; le carte di un mazzo vengono distribuite tra i partecipanti mediante aste, baratti e pressioni psicologiche basate su giochi-forza intestini al nucleo familiare; dall’altro mazzo se ne estraggono alcune a cui viene attribuita una quota dell’irrisorio montepremi e si procede all’eliminazione delle carte rimanenti fino alla gioiosa scoperta dei vincitori.
(Non guardatemi così: scrivevo le istruzioni della Modiano, prima di aprire un blog).
Ora, non metto in dubbio che l’idea di vincere tre euro e cinquanta possa costituire una leva motivazionale sufficiente a giustificare le tre ore e un quarto di durata media di una partita - per quanto la cifra sia in grado di coprire solo una minima parte dell’investimento in amfetamine che è necessario affrontare per garantire a sé stessi un livello di concetrazione idoneo all’evento e per quanto si potrebbe porre repentinamente fine a quella stucchevole pantomima svelando subito le carte vincenti - ma credo di non peccare di eccessivo senso critico quando asserisco che le regole di quel gioco le ha scritte un coglione.
Voglio dire, sarebbe come se la sera del sei gennaio Carlo Conti comunicasse prima tutti i biglietti che hanno perso.
“Il possessore del biglietto serie AN numero 4562301 non ha vinto un cazzo. Ripeto, serie Ancona Napoli numero quattro…” Che razza di stronzata è?
“Suvvia, Qualcosa, è per far divertire i bambini”.
Oh. Davvero?
Lasciate che vi dica una cosa, allora. Il black-jack è divertente. Lo strip-poker è divertente. Lanciare sassi dal cavalcavia è divertente. Il mercante in fiera no. Avete mai chiesto ad un bambino se preferirebbe privare una segretaria semiubriaca del suo perizoma di seta con un royal flush a picche piuttosto che passare la sera di Natale ad agognare la sopravvivenza della sua carta “funghi e carote”?
Chiedeteglielo, rimarrete sorpresi.
(Non guardatemi così: prima di lavorare alla Modiano insegnavo in una scuola Montessori).
In terza posizione tra le cose che detesto si piazzano stabili le anti-abortiste. Statisticamente le probabilità di scoparsene una sono maggiori che beccarsi l’Aids, e portano a conseguenze socialmente più invalidanti.
Che poi non te lo dicono mai prima, fateci caso: “Sai, Qualcosa, credo proprio che, travolta dal turbine emozionale di questo momento magico, tra qualche istante salirò sopra di te e mi cimenterò in un ardito rapporto sessuale scevro da ogni efficace mezzo di contraccezione. Ma ti avviso: sono una pro-life”. Non lo fanno mai.
Sarebbe quantomeno intellettualmente onesto.
Preferiscono comunicarti la loro posizione ideologica in materia di diritti dell’embrione soltanto a fatto compiuto. Dove con l’espressione “fatto compiuto” mi riferisco a quella manciata di secondi in cui distogli la tua attenzione dai bambini malnutriti del Burkina Faso, le rate dell’auto, i risvolti filosofici della quarta serie di Lost, le abitudini onanistiche di Sandro Bondi e qualunque altra valida tematica alla quale la tua mente aveva fatto ricorso nel compassionevole intento di ritardare l’eiaculazione e ti lasci andare ad uno tra i più classici degli orgasmi liberatori, solitamente dovuti in buona parte alla scoperta che era sufficiente infilare un dito nel culo per farle raggiungere l’acme del piacere e – in una minore seppur rilevante percentuale – allo stupore nell’aver realizzato che il culo fosse il tuo.
(Non guardatemi così: prima di insegnare alla scuola Montessori scrivevo le sceneggiature di “Don Matteo”).
Voglio dire, sei un’anti-abortista? Sei convinta che vivresti il resto della tua vita dilaniata dai sensi di colpa per aver impedito ad una cellula fecondata di avere una qualche probabilità di riprodursi indiscriminatamente fino a costituire un seppur lontano abbozzo di vita a cui concedere il diritto di sollazzarsi accumulando funghi e carote e chiederti gli alimenti? D’accordo, è una scelta tua.
Ma dal momento che dubito tu stia caldeggiando scientemente l’eventualità di avere un figlio da me visto che ci siamo conosciuti quaranta minuti fa nel retrobottega di quel loungebar a Trastevere dove ho cercato di estrarti dal decolté una foglia di menta del tuo settimo mojito, la tua trovata di farti penetrare da me senza la benché minima guaina di lattice a separare i nostri concitati apparati riproduttivi mi suona un po’ come uno smanioso desiderio di giocare alla lotteria. Ed io detesto le lotterie, te l’ho già detto prima, specie se il premio in questione rischia di pesare tre chili e otto e di chiamarsi Manuel.
(Non guardatemi così: prima di scrivere sceneggiature per “Don Matteo” raschiavo feti dagli uteri delle fan di Carlo Conti).
(E praticavo vasectomie ai fan di sua moglie).
Le probabilità di concepire un bambino con un rapporto occasionale sono una su cento; quelle di vincere la Lotteria Italia sono una su milione. Troppo poche, con un biglietto da ben cinque euro. Che, guarda caso, è il prezzo di una confezione da sei profilattici. Investendoli giudiziosamente, le probabilità di ingravidare un’illustre sconosciuta, nella remota ipotesi in cui si rompa il preservativo (una su duecento), si ridurranno invece a:

È per questo che non gioco alla Lotteria Italia.
Perché non voglio mettere incinta un’anti-abortista.